Salvate il deputato Massimo

Il leader Massimo.

Di sicuro mai Massimo D’Alema si sarebbe aspettato di ritrovarsi a fare l’uomo simbolo del suo partito, l’ex PCI poi divenuto PDS e infine PD, non come L’epitome vivente del grande leader bensì della zavorra di cui liberarsi per riuscire a recuperare il consenso dell’opinione pubblica e ritornare al governo della nazione, dopo le non felicissime esperienze dei due governi guidati da Romano Prodi e il biennio che vide come premier proprio lui, Massimo D’Alema, e che può essere oggi ricordato solo per i bombardamenti effettuati dall’aeronautica militare italiana sul suolo di quella che fu la Jugoslavia, in barba ad ogni divieto costituzionale.

Eppure questo è avvenuto, grazie all’offensiva del “rottamatore” Matteo Renzi, il giovane sindaco di Firenze che si è candidato alla guida del partito con al primo punto del suo programma quello del rinnovamento della classe dirigente del PD, imponendo il principio della non ricanditabilità di coloro che hanno già svolto tre mandati elettorali e indicando esplicitamente in Massimo D’Alema l’espressione stessa della vecchia classe dirigente da spedire ai giardinetti della politica.

Massimo D’Alema giovane in compagnia di Goffredo Bettini. Storica immagine che dimostra che una volta nella sua vita Bettini è stato magro.

L’ormai anziano leader (il tempo passa per tutti, anche per i leader carismatici e D’Alema va per le 63 primavere) non l’ha presa bene e ha iniziato ad accusare Renzi di ogni possibile mancanza, tipo quella di fingere di viaggiare l’Italia in camper, quando invece usa l’aereo privato, pur se pagando il biglietto di tasca propria. Una reazione scomposta e controproducente che ha mostrato solo il nervosismo del capo messo in discussione dal giovane in ascesa e che è stata però prontamente sostituita da una strategia più accorta e sottile, sfruttando il malcontento di tutti quei dirigenti che sarebbero rottamati insieme a D’Alema.

La riscossa dei “vecchi” è iniziata con la proposta di predisporre una serie di deroghe che avrebbero finito per l’assicurare la rielezione di buona parte dell’attuale nomenclatura del partito, ma davanti alla ribadita volontà di Renzi di voler porre fine alla carriera parlamentare di D’Alema (il che vorrebbe dire che non ci sarebbe via di scampo per nessuno) ecco il colpo di reni, lo scatto d’orgoglio dell’ex premier: dal suo collegio elettorale di Gallipoli (LE) è pronta ad arrivare sul tavolo del segretario del partito Bersani una petizione per non perdere la “risorsa” D’Alema.

La cosa che ha sempre molto divertito noi della redazione del FuffaPost è quella del definire una risorsa qualsiasi cosa sia generalmente considerata inutile o superflua, affinché non venga scartata. Se D’Alema e gli altri politici di lungo corso del PD siano una risorsa lo dovrebbe mostre il loro curriculum politico. Quello di D’Alema, alla vista di occhi imparziali, mostra tante ombre e pochissime luci.

Figlio di un dirigente del partito comunista Massimo inizia la carriera di leader da giovanissimo. Frequenta l’Università Normale di Pisa senza mai prendere la laurea, titolo troppo borghese per qui tempi rivoluzionari, ma fa esercizio nel lancio della bottiglia molotov. Velocissimamente scala i vertici del partito e diventa un politico di professione.

Una professione che qualcosa rende, se dopo tanti anni l’ On D’Alema, dopo aver posseduto barche da vela del valore di qualche milione di euro, può vantare la proprietà di una tenuta agricola di 15 ettari, coltivata a vigneto, nella quale ritirarsi un giorno per vivere una dignitosa vecchiaia, ma che nonostante l’aurea da “grande politico”, alimentata grazie anche alla incrollabile fede nelle proprie capacità, che spesso fa giudicare D’Alema appena un po’ presuntuoso e arrogante, non ha consentito di raggiungere a cotanto leader traguardi prestigiose, se si fa eccezione della già ricordata e non felice esperienza da premier del 1998-99.

I dioscuri faccia a faccia.

Niente di meglio e niente di peggio della carriera che può vantare colui che gli ha conteso in tanti anni la guida del partito, perché Walter Veltroni, l’altro dioscuro del PD, può solo mostrare gli stessi fallimenti politici e le stesse debolezze verso le comodità offerte dal potere (a parte una serie di pubblicazioni che potrebbero pure far pensare che l’ex sindaco di Roma si impegni più nella letteratura che nella politica).

La cosa forse più divertente di tutta la faccenda sarà proprio quella di vedere i due duellanti fianco a fianco nella difesa dello scranno parlamentare, perché è chiaro che se anche Renzi non ha mai nominato Veltroni il destino di quest’ultimo è legato doppio filo a quello di D’Alema.

La lotta per la sopravvivenza dell’apparato è però appena iniziata e appare una pericolosa mina soprattutto per il segretario Bersani, preso tra il fuoco dei “giovani turchi” alla Renzi e quello dei notabili che fanno pesare i loro voti dei collegi cosiddetti sicuri. Molto c’è ancora da aspettare che accada, da qui allo svolgimento delle primarie di colizione e tutto può essere ribaltato.

 

P.S.

In serata Walter Veltroni  ha annunciato che non si candiderà alle prossime elezioni. Ancora una volta Uolter si conferma un maestro nel capire quando è il momento di defilarsi, ma non abbiate timore perchè rimarrà sulla scena della politica italiana lo stesso.



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