Rinnovare conviene, rinnovare si deve.

L’aveva capito per tempo Walter Veltroni, che da romanziere è forse esperto di trame e retroscena più che un politico pur avvezzo alle manovre di corridoio, che il tempo è scaduto. La sua mossa di annunciare la rinuncia a candidarsi per le prossime elezioni politiche ha infatti spiazzato gli avversari, facendogli guadagnare l’apprezzamento di tanti osservatori delle cose del PD, sincero o meno, e mettendo sulla graticola quelli che sono stati gli avversari interni di una vita, a cominciare da Massimo D’Alema.

Veltroni, che era rimasto in silenzio durante le polemiche tra il giovane rottamatore Renzi e uno degli storici leader del partito D’Alema, che è finito per diventare il simbolo di una classe dirigente vecchia e logora, ha abilmente colto la palla al balzo, rilanciandola nel campo degli avversari, che sono rimasti visibilmente sorpresi della sua mossa.

Massimo D’Alema aveva in passato dichiarato di essere indeciso se ripresentare la propria candidatura al Parlamento, ma facendo chiaramente capire che non intendeva fare nessun passo indietro e che sulla composizione delle liste elettorali avrebbe fatto pesare tutta la sua influenza all’interno del partito: “ «Mi candido solo se me lo chiede il Partito democratico» aveva fatto sapere l’ex skipper Massimo, ponendo contemporaneamente in atto una forte pressione sulla segreteria dell’amico Bersani tramite la petizione in favore della sua candidatura presentata dai fedelissimi della federazione pugliese.

La scuffiata questa volta non gli è però riuscita, perché la rinuncia di Veltroni ha messo bersani e la segreteria del PD davanti ad una scelta di campo netta, imponendogli di presentarsi come il segretario della rinascita del partito o quello della restaurazione di una dirigenza ormai bollita da tempo.
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Con grande sorpresa di D’Alema però, l’amico Bersani ha scelto la prima opzione e ha rotto gli indugi affermando perentoriamente che lui non chiederà a nessuno di candidarsi, a cominciare proprio dal suo vecchio compagno Massimo.

In realtà la dichiarazione di Bersani è molto meno netta e sibillina di quanto appaia e lascia ancora aperte tutte le possibilità, perché lasciando la decisione sulle candidature alla direzione del partito, che dovrà decidere sul rispetto della regola che impone di non ricandidare i parlamentari con oltre i 15 anni di presenza alla camera dei deputati e al senato, lascia a quella anche la facoltà di attribuire le deroghe previste nel regolamento.

Quello che appare certo però è che il PD, che oggi appare favorito nei sondaggi elettorali, con le scelte legate al rinnovamento della propria classe dirigente si sta giocando la possibilità di presentarsi alle urne con una credibilità che altri non potrebbero mostrare, anche perché la vecchia classe dirigente potrebbe essere investita da scandali di forte impatto (sui quali ci occuperemo in un prossimo articolo). Saprà coglierla o si condannerà all’ennesimo fallimento?



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