Antonio Di Pietro: il declino di un eroe improbabile

…mia moglie…non è mia moglie…

Per prima cosa è doveroso confessare che anche noi del FuffaPost fummo un giorno tra gli ammiratori dell’On. Antonio Di Pietro: era il tempo di “Mani Pulite”, l’inchiesta giudiziaria che sembrava aprire una stagione politica nuova per l’Italia repubblicana, una speranza che in tanti coltivarono, grazie all’arrivo sulla ribalta di un allora sconosciuto pubblico ministero, tanto schivo e riservato quanto efficiente e rigoroso nel perseguire il malaffare della politica.

Non era la prima volta che il mondo della politica veniva investito da scandali finanziari, ma sempre questi si erano risolti in un nulla di fatto, arrivando sempre soltanto a sfiorare i personaggi che contavano per limitarsi poi alla condanna di alcuni portaborse, sacrificati per tenere in piedi il sistema di finanziamento illecito che alimentava la politica. Quella volta però sembrava proprio si fosse di fronte ad un radicale cambiamento di metodo e, soprattutto, di intenzioni, con all’opera dei magistrati non intimoriti davanti al potere politico e veramente motivati nel cercare di portare alla luce e sradicare alla radice tutto il marcio prodotto dall’intreccio tra politica e imprenditoria. In questo Antonio Di Pietro era visto come il prototipo dell’eroe e del liberatore, interessato solo a fare il suo lavoro di magistrato, senza prestare il minimo riguardo alla posizione occupata dall’inquisito di turno e disinteressato alla facile popolarità che i media gli stavano offrendo in quel momento. Per settimane infatti Di Pietro non rilasciò interviste, limitandosi a dichiarare ai giornalisti con poche parole, che a lui interessava solo fare il suo lavoro, quello di applicare la legge.

Non si fatica a capire come sia stato facile per Di Pietro e i suoi colleghi guadagnarsi la simpatia e il sostegno entusiasta della gran parte dell’opinione pubblica, che nemmeno prese in considerazione le prime critiche che furono mosse alla Procura milanese. Tutto veniva perdonato ai magistrati di Milano, impegnati nella difficile missione di moralizzare la vita pubblica nazionale e soprattutto tutto veniva perdonato ad Antonio Di Pietro, che divenne naturalmente il principale bersaglio delle critiche.

Per questo le storie dei soldi nelle scatole di scarpe, delle Mercedes, dei vestiti regalati etc. etc. passarono quasi inosservate, nulla avrebbe in quel momento potuto scalfire l’immagine dell’eroe Di Pietro, l’unica speranza che gli italiani avevano di veder abbattuto un sistema politico e affaristico che tutti sapevano corrotto oltre ogni limite.

Noi del FuffangtonPost cominciammo però a disaffezionarci ben presto dal magistrato molisano, fin dall’inizio del processo a Sergio Cusani, quando finalmente allo scoperto, di fronte al pubblico di tutti gli italiani, il dottor Antonio Di Pietro mostrò tutti i limiti che oggi sono da tutti conosciuti, che lo spiegamento di computer e lo spettacolo offerto con Microsoft Powerpoint non poterono nascondere la pochezza delle argomentazioni e la scarsa profondità dell’analisi giuridica, facendo di conseguenza apparire l’avvocato difensore Giuliano Spazzali un gigante del diritto e pensare che se l’imputato Sergio Cusani non fosse stato un reo confesso avrebbe anche potuto cavarsela con una pena di lieve entità.

Fu da lì che cominciammo ad analizzare meglio le azioni di Di Pietro e renderci conto di come la sua condotta non era poi così limpida e comprendere come le sue indagini avevano preso direzioni ben precise, ignorandone altre.

L’uscita di Di Pietro dalla magistratura non ci sorprese, perché era fin troppo chiaro che, ormai inseguito dalle polemiche per i suoi vecchi comportamenti e le dinamiche impresse alle indagini, Di Pietro sarebbe comunque stato costretto a lasciare la toga. Non ci sorprese nemmeno il rifiuto di far parte del primo governo Berlusconi e di candidarsi invece nel collegio del Mugello per il Pds, perché proprio le indagini condotte da magistrato avevano fatto ben comprendere quale scelta di campo l’ex Pm aveva fatto.

Una scelta di campo certamente non casuale, fatta sapendo che la parte “giusta” era quella del centrosinistra, sapendo già che i cosiddetti poteri forti non gradivano per niente la creazione berlusconiana. Berlusconi però è durato più del previsto. Come il Mulo descritto da Isaac Asimov nei romanzi del ciclo della Fondazione Berlusconi ha sconvolto la vita politica italiana, costringendo gli artefici delle cose nazionali a una campagna di logoramento durata quasi un ventennio, durante il quale Di Pietro ha saputo costruirsi una nicchia di consenso che gli ha consentito di lucrare una politica populista di lotta agli sprechi della casta e, allo stesso tempo, incassare tutto quello che poteva come componente di quella stessa casta.

Non è un caso che tutti coloro che hanno politicamente accompagnato Di Pietro per un tratto di strada lo hanno poi citato in tribunale a causa del suo modo di amministrare i finanziamenti al partito. Lo stesso modo di amministrare che ha prodotto decine di inchieste giornalistiche tutte tese a dimostrare come l’ex Pm tuonasse contro il malcostume politico, proponendo magari tagli ai finanziamenti e ai rimborsi per i partiti, mentre nella realtà si comportava esattamente come gli altri, se non peggio, amministrando le finanze del partito come fossero le sue personali. Denunce e inchieste, bisogna dirlo, rigettate dagli organi giudiziari, che hanno sempre avuto un certo riguardo per l’ex magistrato, ma che un ombra sul comportamento morale di Di Pietro la posero.

Qualcosa è però cambiato in questi ultimi tempi e l’accondiscendenza con la quale Di Pietro è stato sempre trattato sembra essere svanita. Nelle ultime settimane sono tante le inchieste aperte sul partito di Di Pietro e sui suoi dirigenti e non sono solo i media che fanno riferimento al grande nemico Berlusconi a seguirle. Addirittura un programma della Rai come Report, curato da una giornalista dichiaratamente di sinistra come la stimatissima Milena Gabanelli, ha ripreso e riproposte tutte le magagne del partito di Di Pietro già conosciute da anni, con effetto in verità dirompente.

A questo punto non ci si può non chiedere perché succede tutto questo proprio ora e l’unica risposta che ci vine in mente è che qualcuno abbia mandato a Di Pietro un messaggio semplice e chiaro: è giunta l’ora di ritirarsi nell’avito villaggio per godersi i risparmi accumulati durante una vita di duro lavoro, prima che sia troppo tardi.

Del resto è chiaro che la presenza sulla scena politica di Di Pietro e il suo partito è ormai superflua. Il suo bacino elettorale è stato occupato dal movimento grillino e il declino di Berlusconi, con l’affermarsi del governo tecnico sostenuto dalla grande coalizione dei partiti tradizionali, hanno di fatto cancellato l’esistenza dell’Idv di Di Pietro, come è avvenuto nelle elezioni regionali siciliane.


One Comment on “Antonio Di Pietro: il declino di un eroe improbabile”

  1. […] e del suo partito. miare, e una quota di eredità materna a Bergamo. Tutto qua» . Dicemmo allora quello che Di Pietro stesso oggi conferma. L’Idv e lui stesso erano necessari al sistema […]


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...