Con la Lancia scompare un altro pezzo dell’Italia che ha fatto la Storia

Lancia Aurelia B24 Spider, per molti la più bella automobile mai costruita

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare quest’articolo non vuole essere un attacco a Sergio Marchionne, il manager che in questi difficili anni sta tentando di salvare un’azienda decotta. Di ingenerosi e immeritati giudizi verso l’attuale amministratore delegato del gruppo Fiat, trinciati magari proprio dai tanti che per lunghi decenni hanno lustrato le scarpe (per non usare parole più crude) al vero responsabile del declino e dello stato catatonico in cui s’è ridotta l’ormai unica industria automobilistica nazionale, quell’Avvocato Giovanni Agnelli che sempre ha goduto dei favori di una stampa che non abbiamo mai esitato a definire “lecchina”, proprio per la sua atavica abitudine allo strisciare davanti ai potenti. La missione che è stata affidata al manager di origine abruzzese è quella di salvare un’industria che appariva ormai votata al fallimento e bisogna riconoscere che, in un modo che certo può non fare piacere, Marchionne ci sta riuscendo. La linea seguita dall’amministratore è chiarissima e consiste nel far scendere l’importanza dell’Italia e dell’Europa nel fatturato dell’azienda e se si tiene conto che ancora oggi, nonostante il calo delle vendite nel nostro paese, l’Italia rappresenta la metà del mercato europeo della Fiat, si può capire quanto sia ardua l’impresa. Nelle sue ultime dichiarazioni Marchionne si è impegnato, ancora una volta, a non chiudere stabilimenti in Italia, ma questo non vuol dire che il numero degli occupati rimarrà costante. Più volte l’A.D. Di Fiat ha affermato che in Europa si producono troppe auto e da ciò non si può che arguire che la politica della Fiat sarà quella di produrre meno, almeno fino a quando la crisi economica non mostrerà segni di rallentamento. Il piano di risanamento di Marchionne però richiede una vittima sacrificale, nelle sembianze di uno dei marchi che hanno fatto la storia dell’automobilismo nazionale e mondiale, quello della Lancia, l’azienda piemontese fondata nel 1906 da Vincenzo Lancia, già famoso pilota vincitore di numerose gare.

Probabilmente i più giovani neanche si rendono conto di cosa l’Italia perde con il marchio Lancia, che è stato sinonimo per tanti anni di automobili di grande qualità tecnica e di bellezza stilistica, in grado di rivaleggiare con quelle prodotte dalle più celebrate aziende straniere: automobili come la mitica Aurelia b24 Spider, la Fulvia Hf, la Delta integrale o la Stratos, invincibili vetture da rally, rimarranno per sempre nella storia dell’automobilismo, ma che quella dell’azienda di Chivasso potesse terminare da un momento all’altro era un pericolo che si sapeva essere reale. I puristi in realtà ritengono che la Lancia sia morta già nel momento in cui la Fiat acquisì il marchio, impostando una politica di produzione che omogeneizzò i prodotti del gruppo, in nome delle sinergie, facendo perdere alle macchine vendute col marchio Lancia quella che era la loro peculiarità, cosa del resto ripetuta in seguito con l’Alfa Romeo. Quando poi nel 1976 la Fiat decise di ritirare dalle corse la Stratos, la regina dei rally, per sostituirla con la Fiat 131 Abarth, anche l’ultima fiammella dello spirito Lancia sembrò spegnersi. La Fiat preferì non investire nella ricerca e la sua intera produzione ne risentì. I vertici dell’azienda preferirono sfruttare i vantaggi che il mercato domestico chiuso prima e l’appoggio finanziario dello Stato dopo le davano per attuare quella che divenne poi lo slogan delle industrie nazionali: socializzare le perdite e privatizzare i profitti. Una politica che fu chiara quando fu esautorato l’unico dirigente che si mostrava interessato alla costruzione di automobili al passo coi tempi e in grado di competere con la concorrenza, quel Vittorio Ghidella, che prevedendo le difficoltà del mercato globale aveva proposto di fondere il gruppo torinese con quello americano della Ford, liquidato nel 1987, dopo un duro scontro con l’allora amministratore delegato Cesare Romiti. Da allora la Fiat pensò più alla finanza che all’industria, scelta tragica che portò l’azienda sull’orlo del crack. Un fallimento che sarebbe stato inevitabile per qualunque altra industria che non avesse ricevuto il sostegno del sistema bancario nazionale e dello Stato, come Fiat ebbe. Non si possono pertanto attribuire a Marchionne le colpe che non ha, anche se non può che dispiacere veder dispersa la storia e l’eredità di una nazione, sperando che almeno l’Alfa Romeo sia risparmiata e che torni però a costruire automobili degne della sua storia e del suo prestigio, non delle anonime vetture dallo stile globalizzato disegnate a Detroit.


One Comment on “Con la Lancia scompare un altro pezzo dell’Italia che ha fatto la Storia”

  1. paolo scrive:

    Vi dovete solo che vergognare compreso il signor Marchionne.


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