L’inutile attesa per le elezioni presidenziali americane

I Duellanti

Borse piatte, giornali con le rotative in pausa, redazioni televisive in attesa, opinionisti che fremono e intanto che aspettano di vedere i primi exit-poll avanzano pronostici e previsioni: un’attesa che pare anticipare chissà quale cambiamento epocale, quando sappiamo bene che tutto rimarrà esattamente come è oggi, sia che venga confermato Obama sia che vinca Romney.

Allora perché, ancora una volta, ci tocca rivivere l’ennesima finta attesa spasmodica per un evento che lascerà le cose esattamente come stanno, come è sempre avvenuto dal dopoguerra ad oggi?
Sappiamo infatti che le linee della politica statunitense sono tradizionalmente molto solide e condivise dai due partiti che si contendono il governo della superpotenza a stelle e strisce, specialmente quella riguardante la politica internazionale, eppure ancora una volta i media non resistono all’esigenza di creare attorno a questo evento che ci tocca in fondo marginalmente il pathos degno di ben più importanti accadimenti, scadendo spesso quasi alla vera e propria propaganda elettorale, nella maggior parte dei casi a favore di Obama, neanche i lettori italiani fossero chiamati essi stessi a votare per l’elezione del presidente degli Usa.

Un atteggiamento che conferma più che altro il provincialismo e, nello stesso istante, la voglia di non affrontare i problemi veri del proprio paese, ovvero la crisi economica, sociale e politica che l’attanaglia e il fallimento palese del governo tecnico nominato dalla finanza internazionale a risolverli, sia per l’incapacità professionale di tanti iscritti all’ordine dei giornalisti e sia per l’eccesso di servilismo di tutti verso i propri editori, tutti appartenenti a quella stessa élite di finanziari, industriali e Boiardi di Stato che la scelta di questo governo hanno voluto.

Qualcuno che si mostra più disincantato, mettendo l’accento sulla smitizzazione del personaggio di Obama, ormai privato dell’aurea di Messia dopo quattro anni di grigia Presidenza, pure ci sarebbe, ma scompare nella marea di commentatori che annunciano trafelati la spasmodica attesa dei mercati, che non si sa per quale ragione preferirebbero Obama a Romney, per il risultato elettorale americano, quando un appena più smaliziato osservatore delle borse valori sa bene che gli operatori hanno da tempo fatto le loro scelte.

Il pericolo maggiore è quello di dover assistere ad una riedizione del riconteggio dei voti avvenuto in occasione dell’elezione del 2000, quando tra i due contendenti Bush Junior e Kerry la differenza di preferenze fu così risicata che fu seguita da una procedura di riconteggio che durò un mese e alla quale solo la dichiarazione di accettare la sconfitta da parte di Kerry mise fine.
Rivivere ancora una volta l’incubo di un mese di polemiche, opinioni basate sulle più astruse convinzioni, calcoli basati su astrusi e incomprensibili algoritmi, presentazioni di misteriosi complotti internazionali, da i brividi, considerato che, alla fine dei giochi, nulla veramente cambierà, chiunque sarà l’inquilino della Casa Bianca.

Si può ben dire che si fa tanto rumore per nulla, ma c’è di questo rumore vive e bisogna pur sopportarlo, purché rimanga sopportabile e, soprattutto, non scenda ad offendere l’intelligenza umana.



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