Leggi elettorali così come vengono, poi forse si vedrà…

Napolitano- Grillo

Almeno gli americani con una giornata elettorale si tolgono il problema per quattro anni, ma noi italiani dobbiamo da sempre confrontarci con governi ballerini, che durano lo spazio di una sempre inevitabile manovra finanziaria correttiva, incapaci come siamo di darci una legge elettorale che elegga un premier con una maggioranza solida che lo sostenga.

Per la verità il nostro sistema elettorale non prevede nemmeno, neanche con il cosiddetto “porcellum”, l’elezione diretta del capo del governo, per cui stiamo sempre al livello del sotterfugio per far passare concetti sui quali non si riesce a raggiungere l’unanimità del consenso dei partiti politici: ma poi qual’è quel paese nel quale si decide solo se si raggiunge l’unanimità, o quasi, dei consensi?

Anche questa ennesima occasione di riforma elettorale è stata bruciata sull’altare della convenienza del momento, condannando il paese ad avere un governo instabile, o meglio stabilizzato dalla convergenza di buona parte dei partiti su un ben preciso progetto: il governo Monti bis, come era fin troppo facile prevedere.

La scusa per non prendere per una volta la decisione giusta è la presenza ingombrante del M5S creato da Beppe Grillo e Gian Roberto Casaleggio, che qualcuno pensa potrebbe addirittura rivelarsi il primo partito d’Italia e approfittare del previsto premio di maggioranza elettorale per arrivare a governare l’Italia intera.
La paura che il grillismo, uno dei tanti movimenti di protesta che ha preso forma nella penisola italiana nei secoli, possa finire di sfasciare quel poco che è rimasto in piedi della società italiana, ma soprattutto quella di perdere i propri privilegi, hanno convinto la maggior parte dei politici italiani a procedere alla grande ammucchiata, o se preferite grande coalizione, pronta a sostenere un nuovo governo tecnico.

Bersani-Renzi

Stavolta però la scelta, peraltro voluta fortemente  dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, finisce per danneggiare proprio il partito che fu dell’inquilino del Quirinale, quel PD che è oggi accreditato del 30% del consenso elettorale, anche se sulla sua testa pendono le inchieste sul “Sistema Sesto San Giovanni” e sul Monte dei Paschi di Siena.
Ma Pierluigi Bersani dovrebbe più che altro prendersela con se stesso e con lo scarso coraggio col quale non ha voluto prendere il toro per le corna quando, dopo la caduta del governo Berlusconi, avrebbe potuto vincere le elezioni ed occupare lui la poltrona di Palazzo Chigi. Bersani ha voluto invece tergiversare, impegnandosi a sostenere un governo che ha messo poi in essere provvedimenti impopolari, col rischio di poter perdere il favore degli elettori.

Un rischio tutt’altro che ipotetico, a guardare l ‘enorme numero dei cittadini che si dichiarano pronti ad astenersi, come pure la recente consultazione siciliana ha dimostrato, e che accresce il pericolo di un’affermazione del movimento dell’ex comico genovese.
Il grillismo in realtà è molto meno radicato di quanto l’attenzione che in questi giorni i media gli stanno dedicando in questi giorni faccia sembrare. I veri e propri seguaci di grillo sono solo poche migliaia, mentre la maggior parte degli elettori che gli stanno dando il loro consenso lo fanno soltanto per protestare contro i partiti tradizionali, non conoscendo nulla dei cervellotici programmi del Movimento.

Che la forza di Grillo sia la debolezza dei partiti è chiaro a tutti, ma solo Matteo Renzi, il tanto criticato candidato alle primarie del centrosinistra, ha espresso con chiarezza il concetto che basterebbe una coraggiosa riforma del funzionamento dei partiti e una riduzione drastica del finanziamento pubblico agli stessi per recuperare consenso e credibilità. Gli altri leader, o presunti tali, non hanno nemmeno il coraggio di nominare il problema, mostrando chiaramente tutti i limiti e la miseria morale e culturale della classe politica nazionale.

Il risultato finale è il governo Monti, discreto esecutore di ordini che arrivano dall’esterno e realizzatore del gran progetto della globalizzazione finanziaria ed economica. Un risultato di cui certamente nessuno potrà vantarsi in pubblico.



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