Forse abbiamo veramente toccato il fondo della crisi

Francia declassata

Non può essere un caso se nonostante la notizia del downgrade dell’economia francese da parte dell’agenzia Moody’s prima (una notizia che mesi addietro avrebbe fatto crollare le borse) e poi il fallimento delle trattative sulla concessione di una nuova linea di credito alla Grecia, che avrebbe dovuto anche costituire una soluzione duratura per il paese ellenico, sono state digerite con una certa disinvoltura dai mercati finanziari, evidentemente ormai arrivati a quotare i titoli azionari delle imprese a livelli creduti i minimi possibili e dalla convinzione che un accordo, prima o poi e nonostante le riserve della Germania. verrà trovato.

I giornali di stamattina prefigurano invece nuovi scenari drammatici, ma del resto nessuno di essi era riuscito a intravedere l’arrivare della crisi mondiale, quando quattro anni fa le prime crepe nel sistema finanziari e economico globale cominciarono a manifestarsi, e probabilmente nemmeno riusciranno a comprendere il momento in cui la recovery avrà inizio. Magari non sarà neanche una vera ripresa economica, ma solo la partenza di quella lunga fase di stagnazione economica simile a quella che da decenni affligge il Giappone. Una soluzione che noi del  Fuffangton Post avevamo già preconizzato quando ancora scrivevamo sul vecchio progetto editoriale, finito ormai nella cenere della rete (un backup però potevamo pure farlo, cazzo!).

Adesso il faro è puntato più sulle mosse della Casa Bianca che su quelle di Bruxelles, con la consapevolezza da parte degli operatori finanziari che gli americani non saranno così scemi da farsi travolgere dal loro debito pubblico e che democratici e repubblicani troveranno certamente un accordo per superare il rischio del cosiddetto fiscal cliff.

La calma ritrovata dai mercati non significa però che sono finiti i tempi duri per i cittadini, perché la ricchezza svanita in questi anni (più che altro trasferita in altri portafogli e in altri luoghi del pianeta) non tornerà e i governi si troveranno di fronte il problema di redistribuire almeno una parte delle risorse nazionali per stemperare l’effetto delle nuove povertà: una sfida non facile da affrontare, specialmente per i governi poco attenti e avvertiti su quanto accade nella vita reale dei cittadini da essi governati.

Naturalmente quello che interessa a noi è che sia capace di affrontare la sfida quello che sarà il prossimo governo italiano, ovvero il probabile governo Monti bis e le previsioni non sembrano essere proprio rosee, viste le esternazioni di qualche ministro e sottosegretario e le uscite di alcuni dei maggiori sostenitori del ritorno a palazzo Chigi del professore varesino. L’ipotesi di un governo sostenuto da un vasto schieramento centrista, rappresentato da vecchi arnesi della politica come Fini e Casini e dell’imprenditoria immaginaria come Montezemolo e del terzomondismo vicino al Vaticano, come l’attuale ministro Riccardi, lascia pensare a tutto tranne che alla presenza della volontà di operare le radicali riforme di cui questo nostro sfortunato paese ha urgente bisogno da anni.

Il tira a campare sarà, in Italia,  ancora il vero leit motiv dei prossimi decenni, a meno che le urne non daranno un risultato così sconvolgente da mandare all’aria tutti i piani già messi sul tavolo dai manovratori nazionali ed esteri, o che i moti di piazza diventino così violenti da indurre qualche personaggio a defilarsi dalla scena. Un primo risultato per la verità la piazza sembra averlo ottenuto, se il governo italiano, a quanto si dice, pare essere intenzionato ad opporsi ai tagli voluti dalla Germania al bilancio dell’unione Europea, che svantaggerebbero notevolmente il nostro paese. Una presa di posizione in controtendenza rispetto alla solita linea governativa che sottintende la preoccupazione per il malumore che serpeggia nell’opinione pubblica della quale il governo non può non essere stato portato a conoscenza dai servizi di intelligence.



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