Venduti a un Duce venduto

Maclodio

Il Genio di Alessandro Manzoni, del quale spero sia inutile fare le presentazioni, può aiutare a far comprendere anche ai più riottosi lo stato in cui si trova oggi (o forse sempre) il nostro paese.

Da tempo sappiamo che sono in realtà i grandi artisti e letterati a saper scorgere i più minuti dettagli sia delle vicende umane sia di quelle di intere Nazioni e che certi romanzi e tragedie sono più esplicativi dei più celebrati trattati di storia, di anropologia, sociologia o psicologia.

Nel caso dell’appena battuta dalle agenzie notizia che il ministro del Tesoro Saccomanni ha aperto alla possibilità della vendita delle partecipazioni statali nei colossi industriali dell’Eni, Enel e Finmeccanica (notizia che certo non ci sorprende) ci son immediatamente venuti alla mente i famosi versi che Manzoni scrisse per la sua tragedia dedicata a Francesco Bussone detto il Carmagnola, brillante condottiero italiano del 1500, con i quali descrive si la battaglia di Maclodio, ma soprattutto lo stato in cui versavano le signorie italiane in quegli anni. Una descrizione che può in realtà essere pari pari riproposta per i nostri tempi non meno bui.

Tanta è la paura che anche l’epilogo delle vicende contemporanee sia il medesimo di quelle cinquecentesche. Allora furono le guerre e gli eserciti stranieri a stroncare le meraviglie del Rinascimento italiano, a oscurare la brillantezza delle corti principesche, a far perdere la libertà ai popoli della penisola e ad avviare l’impoverimento economico e culturale che ridurrà l’Italia al rango di paese più povero e arretrato dell’Europa intera.

Le guerre di oggi non si combattono con gli eserciti, ma con strumenti finanziari e ingerenze politiche. Questo non significa però che i loro effetti siano meno disastrosi.

Basta solo guardarsi attorno e vedere come nell’indifferenza generale l’Italia s’impoverisce ogni giorno di più, di come sia ripresa l’emigrazione verso l’estero e, soprattutto, di come tante aziende italiane, anche le più antiche e gloriose, passano sempre in maggior numero in mani straniere.

Un declino economico e culturale inarrestabile, guidato dai nostri stessi ministri, quelli che dovrebbero governare per soddisfare i bisogni dei cittadini, ma che sono evidentemente occupati a fare altro, anche perché spesso nominati direttamente dai centri si potere internazionali, i soli ai quali si sentono di rispondere.

Ecco i versi del gran Lombardo, che vanno molto oltre gli squilli di tromba che tutti ricordano e sui quali molto si dovrebbe meditare.

S’ode a destra uno squillo di tromba;

a sinistra risponde uno squillo:

d’ambo i lati calpesto rimbomba

da cavalli e da fanti il terren.

Quinci spunta per l’aria un vessillo;

quindi un altro s’avanza spiegato:

ecco appare un drappello schierato;

ecco un altro che incontro gli vien.

Già di mezzo sparito è il terreno;

già le spade rispingon le spade;

l’un dell’altro le immerge nel seno;

gronda il sangue; raddoppia il ferir.

Chi son essi? Alle belle contrade

qual ne venne straniero a far guerra?

Qual è quei che ha giurato la terra

dove nacque far salva, o morir?

– D’una terra son tutti: un linguaggio

parlan tutti: fratelli li dice

lo straniero: il comune lignaggio

a ognun d’essi dal volto traspar.

Questa terra fu a tutti nudrice,

questa terra di sangue ora intrisa,

che natura dall’altre ha divisa,

e ricinta con l’alpe e col mar.

– Ahi! Qual d’essi il sacrilego brando

trasse il primo il fratello a ferire?

Oh terror! Del conflitto esecrando

la cagione esecranda qual è?

– Non la sanno: a dar morte, a morire

qui senz’ira ognun d’essi è venuto;

e venduto ad un duce venduto,

con lui pugna, e non chiede il perché.

– Ahi sventura! Ma spose non hanno,

non han madri gli stolti guerrieri?

Perché tutte i lor cari non vanno

dall’ignobile campo a strappar?

E i vegliardi che ai casti pensieri

della tomba già schiudon la mente,

ché non tentan la turba furente

con prudenti parole placar?

– Come assiso talvolta il villano

sulla porta del cheto abituro,

segna il nembo che scende lontano

sopra i campi che arati ei non ha;

così udresti ciascun che sicuro

vede lungi le armate coorti,

raccontar le migliaia de’ morti,

e la pieta dell’arse città.

Là, pendenti dal labbro materno

vedi i figli che imparano intenti

a distinguer con nomi di scherno

quei che andranno ad uccidere un dì;

qui le donne alle veglie lucenti

de’ monili far pompa e de’ cinti,

che alle donne diserte de’ vinti

il marito o l’amante rapì.

– Ahi sventura! sventura! sventura!

Già la terra è coperta d’uccisi;

tutta è sangue la vasta pianura;

cresce il grido, raddoppia il furor.

Ma negli ordini manchi e divisi

mal si regge, già cede una schiera;

già nel volgo che vincer dispera,

della vita rinasce l’amor. Come il grano lanciato dal pieno

ventilabro nell’aria si spande;

tale intorno per l’ampio terreno

si sparpagliano i vinti guerrier.

Ma improvvise terribili bande

ai fuggenti s’affaccian sul calle;

ma si senton più presso alle spalle

anelare il temuto destrier.

Cadon trepidi a pié de’ nemici,

gettan l’arme, si danno prigioni:

il clamor delle turbe vittrici

copre i lai del tapino che mor.

Un corriero è salito in arcioni;

prende un foglio, il ripone, s’avvia,

sferza, sprona, divora la via;

ogni villa si desta al rumor.

Perché tutti sul pesto cammino

dalle case, dai campi accorrete?

Ognun chiede con ansia al vicino,

che gioconda novella recò?

Donde ei venga, infelici, il sapete,

e sperate che gioia favelli?

I fratelli hanno ucciso i fratelli:

questa orrenda novella vi do.

Odo intorno festevoli gridi;

s orna il tempio, e risona del canto;

già s’innalzan dai cori omicidi

grazie ed inni che abbomina il ciel.

Giù dal cerchio dell’alpi frattanto

lo straniero gli sguardi rivolve;

vede i forti che mordon la polve,

e li conta con gioia crudel.

Affrettatevi, empite le schiere,

sospendete i trionfi ed i giochi,

ritornate alle vostre bandiere:

lo straniero discende; egli è qui.

Vincitor! Siete deboli e pochi?

Ma per questo a sfidarvi ei discende;

e voglioso a quei campi v’attende

dove il vostro fratello perì.

Tu che angusta a’ tuoi figli parevi,

tu che in pace nutrirli non sai,

fatal terra, gli estrani ricevi:

tal giudizio comincia per te.

Un nemico che offeso non hai,

a tue mense insultando s’asside;

degli stolti le spoglie divide;

toglie il brando di mano a’ tuoi re.

Stolto anch’esso! Beata fu mai

gente alcuna per sangue ed oltraggio?

Solo al vinto non toccano i guai;

torna in pianto dell’empio il gioir.

Ben talor nel superbo viaggio

non l’abbatte l’eterna vendetta;

ma lo segna; ma veglia ed aspetta;

ma lo coglie all’estremo sospir.

Tutti fatti a sembianza d’un Solo,

figli tutti d’un solo Riscatto,

in qual ora, in qual parte del suolo,

trascorriamo quest’aura vital,

siam fratelli; siam stretti ad un patto:

maledetto colui che l’infrange,

che s’innalza sul fiacco che piange,

che contrista uno spirto immortal!



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