La Giustizia di Marco Travaglio

 

travaglino

Sono ormai anni che il giornalista Torinese Marco Travaglio si propone come il vero e l’unico interprete in terra della Dea della Giustizia, fustigando chiunque abbia idee diverse dalle sue e da quelle dei suoi amici (in genere alcuni sostituti procuratori della Repubblica).

L’ultimo in ordine di tempo a fare le spese della riprovazione di Travaglio e ad essere lapidato a mezzo stampa dal guru dell’informazione è Danilo leva,  il neo nominato responsabile per la Giustizia del Partito Democratico, giudicato dal discepolo illegittimo di Indro Montanelli non all’altezza di occuparsi di questi temi, come del resto il suo predecessore Andrea Orlando, per mancanza manifesta di titoli ed opere.

A questo punto perfino l’italonzo medio, l’italiano un po’ gonzo e un poco stronzo, si potrebbe chiedere chi è Marco Travaglio per rilasciare licenze e diplomi in tema di Giustizia, dal momento che egli stesso non è in possesso di un titolo accademico, a meno che non si arrivi a pensare che possa esserlo quello conseguito, con molta calma a 32 anni.

I fedeli del guru potranno però facilmente obiettare che il loro Santone si occupa ormai da anni di Giustizia e che lo ha sempre fatto in maniera impeccabile, tanto da farsi la fama di essere così preciso e inappuntabile che mai nessuno è riuscito a smentire quello da lui scritto.

Una fama smentita dalle numerose condanne che Travaglio ha collezionato durante la sua attività professionale, come correttamente riporta la su richiamata voce di Wikipedia, ma ormai inscalfibile agli occhi dell’italonzo, per il quale subito si appaleseranno  gli  spettri dei complotti orditi per colpire lo scomodo cronista senza macchia e senza paura.

Basterebbe però la lettura nemmeno troppo attenta dell’editoriale di Travaglio per capire immediatamente che lo scrivano torinese parla a vanvera di argomenti appresi forse al telefono con qualche toga amica, ma che non ha potuto approfondire, preso dai suoi mille impegni.

L’argomento principale dell’articolo, la proposta di abolire la pena dell’ergastolo fatta da Leva, è affrontato in maniera così superficiale che non si può non pensare che l’autore avesse in mente ben altre cose quando scriveva. Il solo riportare la paternità della proposta nientemeno che a Salvatore Riina detto Totò o’ Curto, riconosciuto capo di Cosa Nostra, farebbe sbellicare dalle risate lo studente di giurisprudenza alle prese con l’esame di diritto penale, perché lui sarebbe al correnti di come la discussione sulla legittimità della carcerazione a vita è una questione antica nel dibattito dottrinale, antica almeno quanto la stessa carata Costituzionale (senza poi addentrarci sulla autenticità del cosiddetto papello e della “trattativa” ad esso collegata, il documento nel quale Riina pose allo Stato la condizione sopra menzionata).

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Troppa carne al fuoco per essere affrontata nel post di un blog, ma vale la pena di sottolineare come, nell’ottica del vice direttore del Fatto Quotidiano, tutti coloro che, tra studiosi, avvocati e intellettuali vari (oltre  alle centinaia di militanti del partito radicale) hanno durante questi decenni di Repubblica proposto l’abolizione del carcere a vita devono essere considerati dei favoreggiatori della mafia, se non dei veri e propri criptomafiosi.

Il finale dell’articolo è poi esilarante, perché lo stesso Travaglio ammette infine che l’ergastolo… di fatto è già stato abolito, ragione per la quale il povero Leva, additato come colui che vuole liberare centinaia di sanguinari boss mafiosi condannati all’ergastolo, che secondo Travaglio non se n’era accorto, può essere offerto al divertimento dei suoi seguaci, che non si fanno scrupolo di insultare il malcapitato nei commenti all’articolo.

La chiosa finale in realtà dimostra solo la superficialità di chi l’articolo l’ha scritto, che non ha avuto nemmeno l’avvertenza di ragionare un attimo su quanto, per esempio dichiarato da uno dei sostituti procuratori suoi amici, il dottor Vittorio Terenzi.

In una intervista rilasciata al suo stesso giornale, il dottor Terenzi ha infatti spiegato molto chiaramente, dopo aver affermato che: “In linea generale, io non sono neanche contrario”,  come l’attuale regime delle pene carcerarie sia il risultato di interventi parziali sulle singole norme e dei soliti provvedimenti tampone e occorrerebbe una riforma generale della materia, in modo da poter evitare interpretazioni delle norme ed effetti non voluti.

A questo punto chiunque può essere autorizzato a pensare che l’argomentazione usata da Travaglio per colpire Leva e il suo partito, detto poi da noi che mai abbiamo avuto non dico legami ma simpatia per il Partito Democratico, è non solo ingiusta e capziosa, ma pure diffamante. Cosa che in fondo non può sorprendere.

Kali

Del resto ormai Travaglio ha smesso da tempo di essere un giornalista. Da tempo non da più notizie. Da quando ha smesso di fotocopiare gli atti giudiziari fornitegli da qualche procura. Oggi preferisce  indossare i paramenti del gran sacerdote di una  nuova religione, quella dei fedeli della dea Giustizia. Una giustizia che non assomiglia però alla donna bendata che con la mano sinistra soppesa le colpe dei rei con una bilancia, prima di colpirli con la spada che impugna con la destra. La dea Giustizia di Travaglio appare molto più simigliante alla indiana dea Kalì, la distruttrice, che con le sue quattro braccia fa strage di uomini e cose. Non di meno il gran sacerdote si è pure munito di un discreto numero di fanatici fedeli pronti ad offrire alla dea i necessari sacrifici umani,


3 commenti on “La Giustizia di Marco Travaglio”

  1. chiocci silvano scrive:

    Signor Carlino Altoviti…lei è un gran c………e

  2. Stefano scrive:

    Grandissimo MARCO. Un grazie enorme. FORZA MARCO TRAVAGLIO. L italia onesta é con te

  3. stefano scrive:

    Peccato che sia vero che l’abolizione dell’ergastolo era presente nel papello di Riina e il fatto che siano secoli che i giuristi di tutti il mondo parlino o meno della legittima dell’ergastolo(e io ne sono ben cosciente perché studio giurisprudenza) non vuol mica dire che l’ergastolo sia sbagliato, visto che l’ergastolo nasce principalmente come alternativa alla pena di morte.
    Inoltre, chi segue Marco Travaglio e ha una minima conoscenza della legge e del diritto trova riscontro nelle sue argomentazioni di atti, di sentenze, di conoscenze della procedura civile e penale. A proposito della sentenza della Cassazione del caso Mills Marco Travaglio citò addirittura la giurisprudenza della Suprema Corte sugli effetti della corruzione susseguente o antecedente sulla prescrizione del reato. Quindi non è assolutamente possibile dire che Marco Travaglio non conosca il diritto o le sentenze di cui parla, visto che le legge e si documenta. Se poi qualcuno prima di scrivere articoli di questo genere avesse anche l’accortezza di spendere una decina di euro per comprare uno dei libri di Marco Travaglio e leggerli si renderebbe anche conto che ciò che scrive trova conferma nei codici e nelle leggi e nelle sentenze.


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